Normativa

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Nell'ambito dell'ordinamento italiano il problema della protezione dei dati personali nasce con il procedimento avviato dagli eredi di Enrico Caruso, che chiedevano al giudice di bloccare un film perché ritenuto lesivo della riservatezza del tenore. Mentre in primo grado, nel 1953, si afferma l'esistenza di un diritto alla riservatezza nel nostro ordinamento, tutelabile tramite il diritto all'immagine, diritto consistente nel divieto di ingerenze nella sfera dell vita privata di una persona, la Suprema Corte ribalta l'impostazione sostenendo che il semplice desiderio di riserbo non è stato ritenuto in interesse tutelabile dal legislatore. 7 anni più tardi di nuovo i giudici di primo grado sostengono le stesse tesi nel cosiddetto "caso Petacci", tesi nuovamente sconfessate dalla Corte di Cassazione. La Corte, però, ammette la tutela nel caso di violazione del diritto di personalità inteso quale diritto erga omnes alla libertà di autodeterminazione (da ricavare dall'art. 2 Cost.), diritto violato nel momento in cui si divulgano notizie della vita privata da ritenersi riservate. 

Solo nel 1970, con lo Statuto dei Lavoratori, il legislatore inserisce nel nostro ordinamento alcune previsioni a tutela della privacy dei lavoratori. 

Nel 1975, col caso Soraya, la Suprema Corte muta il proprio orientamento riconoscendo formalmente l'esistenza del diritto alla privacy nel nostro ordinamento, diritto consistente nella tutela di situazioni e vicende strettamente personali e familiari, le quali, anche se verificatesi fuori dal domicilio domestico, non hanno per i terzi un interesse socialmente apprezzabile. Tale affermazione è divenuta fondamentale per il bilanciamento tra riservatezza e diritto di cronaca, in quanto la linea di demarcazione tra privacy e diritto all’informazione di terzi è oggi data dalla popolarità del soggetto, pur precisando che anche soggetti famosi conservano tale diritto, però limitatamente a fatti che non hanno niente a che vedere con i motivi della propria popolarità. 

Nella carta costituzionale italiana non venne previsto il diritto alla protezione dei dati personali, anche se interpretazioni adeguative hanno riscontrato riferimenti negli articoli 14, 15 e 21, rispettivamente riguardanti il domicilio, la libertà e segretezza della corrispondenza, e la libertà di manifestazione del pensiero. Il primo e più importante riferimento è nell’articolo 2 della Costituzione, dove si incorpora la privacy nei diritti inviolabili dell’uomo. L'Italia arrivò come penultima in Europa ad approvare una legge di tutela della privacy di applicazione generale, trasfusa prima nella legge 675 del 1996 e poi nel Codice in materia di protezione dei dati personali (Codice della privacy) cioè il Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, nel quale si prevede il diritto a non vedere trattati i propri dati senza consenso, ma anche l’adozione di cautele tecniche ed organizzative che tutti devono rispettare per procedere in maniera corretta al trattamento dei dati altrui.  

Il Codice disciplina il trattamento dei dati personali, anche detenuti all'estero, effettuato da chiunque ha sede nel territorio italiano (principio di origine o stabilimento), o in uno Stato non appartente all'Unione europea ma che impiega strumenti per il trattamento situati nel territorio italiano (principio di ubicazione degli strumenti elettronici). Se il trattamento è soggetto alla leggi italiani il Titolare del trattamento deve designare un proprio rappresentante stabilito nel territorio dello Stato italiano. L'obiettivo del Codice è quello di minimizzare i rischi di perdita e distruzione dei dati, disciplinando le misure di sicurezza "minime" che devono essere adottate da chiunque tratti dati personali altrui. 

A far data dal 25 maggio 2018, cioè dal momento dell'applicazione del regolamento europeo in materia di tutela dei dati personali (GDPR), il Codice in questione viene modificato per adeguarsi alla normativa europea.